mag 09 2008
30 anni dopo
di Gino Usai
Il 9 maggio 1978 le BR uccisero il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Era stato rapito il 16 marzo; nell’agguato furono uccisi tutti gli uomini della scorta e l’autista, dopo 50 giorni di “processo” fu “giustiziato”. Il suo corpo, rannicchiato nel bagagliaio di una Renault rossa, venne fatto ritrovare – volutamente – a poche decine di metri dalla sede della Democrazia Cristiana e da quella del Partito Comunista.
Dalla “prigione del popolo” mandò diverse lettere a parenti e amici. Quella che pubblichiamo, molto drammatica, fu inviata all’allora segretario della DC Benigno Zaccagnini.
“Caro Zaccagnini,
scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell’immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m’ero tanto adoperato a costituire. E’ peraltro doveroso che, nel delineare la disgraziata situazione, io ricordi la mia estrema, reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica di Presidente che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia, mentre essa ha il più grande bisogno di me. Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io. Ed infine è doveroso aggiungere, in questo momento supremo, che se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al disotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui.
Questo è tutto il passato. Il presente è che io sono sottoposto ad un difficile processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze. Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n’è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi.
Si discute qui, non in astratto diritto (benché vi siano le norme sullo stato di necessità), ma sul piano dell’opportunità umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l’unica soluzione positiva possibile, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti, attenuando la tensione nel contesto proprio di un fenomeno politico. Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la D.C. che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l’avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco.
Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidità senza avere subìto alcuna coercizione della persona; tanta lucidità almeno, quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti. Ed in verità mi sento anche un po’ abbandonato da voi.
Del resto queste idee già espressi a Taviani per il caso Sossi ed a Gui a proposito di una contestata legge contro i rapimenti.
Fatto il mio dovere d’informare e richiamare, mi raccolgo con Iddio, i miei cari e me stesso. Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un po’ diverso. Ma così ci vuole davvero coraggio per pagare per tutta la D.C. avendo dato sempre con generosità. Che Iddio v’illumini e lo faccia presto, com’è necessario.
Affettuosi saluti
Aldo Moro.”
Quasi contemporaneamente, nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 veniva ucciso dalla mafia Peppino Impastato. Fu Tano Badalamenti, lo stesso zio di Peppino, a ordinare a Cosa nostra, di farlo saltare in aria sui binari della ferrovia che collega Cìnisi a Palermo.
Peppino Impastato era un militante di Democrazia Proletaria, animatore e fondatore di Radio Aut.
Quella notte Peppino se li è visti arrivare intorno, con quelle facce a viso scoperto. Li conosceva uno per uno, gli stessi che tutti i giorni denunciava dai microfoni della sua radio, i manovali della mafia.
Non ha tempo per nessuna reazione, gli sono addosso, lo insultano, lo picchiano a sangue. Calci, pugni gli piovono intorno e c’è più violenza del necessario nei colpi che gli arrivano perché questi adesso devono vendicarsi di lui che ha osato parlare, che ha avuto il coraggio di denunciarli, e loro questo non lo possono tollerare. Ai loro occhi lui adesso deve diventare una cosa, una cosa da schiacciare, da annullare, un fagotto pieno di paura deve diventare, da riempire di tritolo come si riempie di paglia un sacco.
Gli amici, al suo funerale, innalzarono degli striscioni con su scritto: “Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo”.
Dopo 20 anni, grazie alla confessione di un pentito di mafia, abbiamo finalmente saputo quello che tutti immaginavano da tempo, che a uccidere Peppino è stato il clan di Badalamenti; quel clan che Peppino denunciava tutti i giorni dai microfoni di Radio Aut, in una quotidiana campagna di controinformazione.
In 20 anni di depistaggi l’hanno fatto passare prima per un suicida, poi per un terrorista che era andato a mettere il tritolo sulla linea ferroviaria per Cìnisi: ci sono voluti tutti questi anni per sapere la verità.
Ancora oggi il pericolo delle BR e soprattutto della mafia, affligge la nostra società. Contro i poteri criminali dell’antistato non deve mai venir meno la vigilanza democratica delle nostre coscienze. Mai abbassare la guardia.
Gino Usai


11 maggio 2008, ore 17:33
Ecco caro Gino questo è un tema che io darei ai giovani all’esame di stato:
La ragion di stato, il terrorismo, la mafia, l’eroismo: uomini che decido-
no la vita e la morte di un altro uomo, per salvare lo stato, per salvare
una idea, per salvare gli affari.
Moro era lo statista e sapeva a cosa andava incontro ma voleva vivere;
Peppino era un militante comunista giornalista e sapeva quali erano i
pericoli della sua esposizione ma voleva vivere con coraggio la sua esi-
stenza. La forza della vita sulla morte che un colpo di pistola non
fermerà fin quanto ci sarà una vita che nasce e che cresce nella speranza
e lotta per un mondo più umano.
Vincenzo