giu 03 2008

E fu il Sessantotto

Tag:Gino Usai @ 17:38

La Battaglia di Valle Giulia

Il 29 febbraio del 1968 gli studenti occuparono la facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma. Il Rettore chiamò la polizia e la fece sgomberare.

Il giorno dopo un corteo di circa 4000 studenti si mobilitò con l’intento di liberare la facoltà dalla polizia. Quando i giovani si avvicinarono all’Università un gruppo di poliziotti afferrò uno studente e iniziò a picchiarlo; la reazione dei giovani fu immediata. E iniziò la rivoluzione. Gli scontri si estesero in tutta l’area universitaria. Fu una battaglia campale. Alla fine si registrarono 148 feriti tra le forze dell’ordine e 478 tra gli studenti. Ci furono 4 arrestati e 228 fermati. Otto automezzi della polizia incendiati, cinque pistole furono sottratte agli agenti.

Tra i partecipanti agli scontri di Valle Giulia vi furono il regista Paolo Pietrangeli, Giuliano Ferrara (che rimase ferito), Paolo Liguori, Aldo Brandirali e Oreste Scalzone.

Le manifestazioni studentesche si diffusero in tutta Italia, in Francia e in molti altri Paesi del mondo.

I giovani studenti chiedevano uno “svecchiamento” degli studi superiori e dell’università, invocavano condizioni che favorissero l’accesso agli studi anche ai meno abbienti ed eliminassero la selezione; volevano fortemente la fine delle “baronie” e dei privilegi. Uno dei loro obbiettivi politici da colpire era il PCI, accusato di essersi imborghesito e di non aver portato avanti la rivoluzione proletaria. E fu un errore.

I loro slogan erano: “Proibito proibire” – “Sii realista, chiedi l’impossibile” – “Ce n’est qu’un début, continuons le combat!” («Non è che l’inizio, continuiamo a combattere!») – “Facciamo l’amore non la guerra” -

Volevano portare l’immaginazione al potere. Ma il potere se lo tenne ben stretto la borghesia, che grazie alle lotte studentesche svecchiò una società ancora ingessata in vecchi schemi mentali e leggi morali. L’industria del consumo cominciava ad imporre le sue regole, ed erano regole di libertà. In tutti i sensi.

Solo Pasolini capì il significato profondo della rivolta studentesca (al di là degli intenti dichiarati), e rivolgendosi ai giovani disse che la loro era una falsa rivoluzione e che essi erano solamente dei borghesi conformisti, strumenti nelle mani della nuova borghesia: « Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti, e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli… La borghesia si schiera sulle barricate contro se stessa, i “figli di papà” si rivoltano contro i “papà”. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l’idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale. »

E nella famosa poesia Il Pci ai giovani!!, scrisse:

.

“È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

(…)

Sono passati 40 anni da quegli eventi, e niente più è lo stesso.

Ora siamo qui ad interrogarci se fu tutto giusto. Se è valsa la pena mettere a soqquadro un mondo,distruggere antiche strutture sociali, antichi valori, culture particolari e spianare la strada alla modernità.

Interroghiamoci pure. Ma forse è troppo tardi.

Gino Usai

6 risposte a “E fu il Sessantotto”

  1. MarianoPicicco ha scritto:

    Mario Capanna
    “Formidabili quegli anni”
    <>
    Così, capelli fluenti, uno studente conclude, applauditissimo, il proprio intervento in una affollata assemblea verso la metà del ’68.
    Si, ci sentiamo davvero parte di un processo di liberazione dei giovani che si sta mettendo in moto su scala mondiale. Liberazione da che? Da mille cose ingiuste. Da uno studio inutile a capire la vita e utile solo a perpetuare una società che opprime. Dal consumismo che inebetisce chi può permetterselo, che riempie la pancia e il cervello e non fa pensare con la propria testa. Dalle istituzioni, presentate come neutre, ma in realtà tutt’uno con il potere dominante. Dall’alienazione. Dall’uomo a una dimensione. Dalla disoccupazione. Dalla guerra contro il Vietnam e dalle cause oscene che l’hanno
    determinata. Dalla guerra come pericolo e minaccia permanenti.
    Nelle nostre lotte influisce senz’altro anche il salto generazionale, il rifiuto dei “valori dei padri”,ma c’è molto di più: la comprensione che bisogna modificare radicalmente il mondo, se non si vuole esserne schiacciati. Noi stessi, nelle lunghe discussioni e riflessioni, all’inizio troviamo sorprendente l’intreccio degli infiniti canali attraverso cui viaggia e si moltiplica la nuova consapevolezza dei giovani. E’ il farsi strada simultaneo della coscienza da molte fonti. Dalla scuola.Dal lavoro. Dallo studio. Dal marxismo critico. Dal dissenso cattolico.Dalla musica…Dal fare l’amore, con infinito amore, la prima volta, come trepidante trasgressione verso la libertà. Dal desiderio del domani .Dalla voglia di pace. Dalla minigonna. Dagli errori propri. Da quelli dei padri. Dalle loro esperienze positive, in particolare la Resistenza. Dal Vietnam. Dalla Cina. Dall’aggressione a freddo da parte della polizia. Dagli attacchi dei fascisti…DALL’IMMAGINAZIONE DEL FUTURO. DALLA VOGLIA DI NON ASPETTARLO, MA DI COSTRUIRLO.
    Mariano Picicco

  2. alessandro.vitiello ha scritto:

    Non mi sembra giusto usare le parole di Pasolini per dare un giudizio così lapidario su una stagione che, con tante luci ed ombre, ancora oggi riesce a suscitare grandi discussioni.
    Sarà pure vero che c’erano i figli della borghesia sulle barricate ma insieme a loro c’erano anche tutta un’Italia che non ne poteva più di vivere in un contesto economico, sociale e culturale che era indietro di cinquant’anni rispetto al resto dell’Europa.
    Potrei ricordarti la legge sul diritto di famiglia, potremmo parlare dello statuto dei lavoratori, della condizione della donna (ti ricordi che all’epoca ammazzare la moglie era un reato piccolo, la legge sul divorzio, quella sull’aborto), della difesa della salute e potremmo fare un elenco molto lungo.
    Invece diventa gioco facile ricordare quegli anni solo per la droga, il terrorismo o come diceva “Civitella i fic secc” per le femmine che erano diventate tutte puttane.
    Ciao sandro

  3. Gino Usai ha scritto:

    Caro Sandro,
    tutto vero quel che dici. E molto altro si potrebbe aggiungere. Ma furono in pochi a comprendere che quello svecchiamento (a cui abbiamo personalmente partecipato, e con grande entusiasmo e convinzione) era funzionale ad un nuovo tipo di capitalismo che si stava imponendo nel mondo che oggi va sotto il nome di globalizzazione.
    L’unificazione del mercato mondiale, peraltro vecchia quanto è vecchio il sistema capitalistico (inclinazione che già Marx coglieva e segnalava nel 1848), tendeva inesorabilmente ad omologare le culture su un modello imposto dall’alto, quello del consumo e dell’edonismo.
    Noi che negli anni Sessanta e poi Settanta pensavamo di combattere un modello di sviluppo economico, sociale e culturale che ritenevamo e riteniamo profondamente ingiusto e sbagliato, ci siamo trovati inconsapevolmente ad avallare quel sistema: dunque a fare il gioco di quella borghesia che pensavamo di combattere. A quel tempo questa consapevolezza la ebbe solo Pasolini.
    Del resto, solo un poeta poteva emettere un grido di dolore – del tutto inascoltato – sulla scomparsa delle lucciole. Il poeta notò che all’inizio degli anni Sessanta a causa dell’inquinamento industriale, nelle campagne cominciarono a sparire le lucciole. Con questo fenomeno – a suo dire – inizia una nuova fase storica della società italiana; dopo la scomparsa delle lucciole i “valori” del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà.
    Siamo di fronte – dice Pasolini – “a una nuova epoca della storia umana” dinanzi alla quale gli italiani non potevano reagire peggio perché in pochi anni, specie nel centro-sud, sono diventati “un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo.”
    Pasolini queste cose le scriveva nel 1975 sul Corriere della Sera, pochi mesi prima di essere ucciso. Oggi la situazione non è certo migliorata, sotto questo profilo.
    E conclude il suo famoso articolo sulle lucciole così: “quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.”
    Anch’io.
    Gino Usai

  4. alessandro.vitiello ha scritto:

    Non vorrei che una riflessione su quegli anni debba necessariamente assumere come metro di giudizio il pensiero di Pasolini.
    Grande rispetto per un grande intellettuale che ebbe il coraggio di difendere tesi spesso di rottura anche per la parte politica in cui si riconosceva ma, a mio parere, quella poesia fu una cantonata. Si potrebbe rispondere: A Genova nel ‘60 durante il governo Tambroni chi menava chi? e a Reggio Emilia? e tutte le mazzate tra i contadini del Sud guidati da Giuseppe di Vittorio e la celere?
    Io penso che al di là di Pasolini, il ‘68 (ma in Italia dovremmo parlare di fine anni 60-inizi anni 70, all’epoca, nel 68 io avevo 13 anni e il mio 68 fu pretendere una scuola dove non piovesse dentro, in quel di Le Forna) fu un importante momento di emancipazione di tutta la società italiana.
    Io me li ricordo quei “terroni” che prendevano la parola nelle assemblee di fabbrica e che, con un loro improbabile italiano, rivendicavano diritti che fino a qualche anno prima erano impensabili. E Basaglia te lo ricordi? Quello che liberò i malati dai lager chiamati manicomi? E Maccacaro, quello che disse che la salute era un diritto di tutti.
    Oggi sono valori condivisi questi ma allora non era così.
    Pasolini parlava anche delle lucciole ma quando uno ha fame non si può permettere il lusso di guardare le lucciole.
    La globalizzazione è figlia di questi nostri tempi e prescinde da quel periodo storico che ebbe il grave limite di non costruire una nuova classe dirigente che sostituisse la vecchia.
    Dovette pensarci la magistratura con venti e passa anni di ritardo a cambiare le facce della politica italiana e quello che venne dopo non sono sicuro che sia stato meglio. Ma questo è un altro discorso.
    Ciao Sandro

  5. Adele Conte ha scritto:

    Mi fa pensare all’ennesima discussione sul ‘68 made in Italy (perché va distinto da quello francese etc…per ovvie ragioni) fatta da chi in quegli anni era giovane. Quest’Italia a ragion veduta avrebbe di nuovo bisogno di un ‘68 ma evidentemente fatto in maniera diversa. Noi abbiamo avuto l’hanno dei giovani di Seattle che in Italia si è manifestato a Napoli ( riunione del WTO) e Genova (famigerato G8) con a differenza che abbiamo prove video e audio anche degli ordini dati ai poliziotti (terribile la frase di un’addetta alle telecomunicazioni alla fine dei giorni di Genova:” abbiamo vinto noi! 1 a 0 ! ” riferita alla morte di Carlo Giuliani) ed ora ci ritroviamo a vedere i sindacati di Polizia che invocano una commissione d’inchiesta sul G8 di Genova (giustamente) mentre il paese quasi se l’è dimenticato. Eppure non era 40 anni fa… In pochissimi sanno di ciò che accadde a Napoli pochissimo prima del G8 e in pochissimi sanno che furono le prove generali di ciò che fu messo in atto dopo (per la cronaca a Napoli i cittadini Napoletani gettavano acqua ed oggetti dai balconi contro la polizia perché si accorsero dell’ignominia di ciò che stava accadendo).
    Pasolini aveva ragione, e a dirla ampiamente basta vedere che e guerre le combattono sempre i poveri. Ci si scanna tra poveri per un tozzo di pane e per ordine di altri che spesso non fanno l’interesse del “soldato” mandato in trincea.
    Cosa è cambiato dal ‘68 in poi? Spesso aimè che ciò che i sessantottini hanno ottenuto per legge la società attuale lo rinnega nei fatti: diritti delle donne in primis. La scuola pubblica è stata martoriata, la società civile è stata inghiottita da un tubo catodico, le donne hanno diritti che nemmeno conoscono e non richiedono(basta vedere le statistiche sulla violenza contro le donne e quante poche denunce vi sono rispetto a quante violenze avvengono), non siamo più cittadini ma merce, vi è il diritto al lavoro ma il lavoro è precario, vi è la schiavitù in Italia (basti guardare alla condizione degli immigrati), vi è il lavoro a cottimo(chiamiamolo a progetto che non ha progetti veri da espletare) e non vi è accesso alla casa, le risorse primarie (acqua, pane, elettricità…) sono privatizzate e non danno più certezze ai cittadini …

    Ho paura che tutto ciò è stato fatto anche per merito di ex sessantottini.

  6. Adele Conte ha scritto:

    “ANNO dei giovani di Seattle” senza H…pardon…taglia e cuci alla cieca…

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