ago 01 2009

L’isola riflessa Ponza festival

Tag:Enzo Di Giovanni @ 8:07

 

Dal 3 al 5 agosto dietro al “Lanternino” ci sarà un evento frutto di una sinergia tra l’assessorato alla cultura del Comune di Ponza e la Regione Lazio, con la collaborazione dell’ATCL.

L’idea di partenza era quella di creare un evento che nascesse “dall’interno”, che avesse come origine l’incontro tra la nostra storia e l’apertura verso l’esterno: non più un paese di colonizzati, come siamo abituati ad essere anche in campo culturale, ma una comunità, al contrario, capace di esportare e valorizzare se stessa. Speriamo che questo evento possa essere solo l’inizio di un percorso virtuoso, in tal senso.

Di seguito lo spunto da cui è nata la manifestazione:

 

PROGETTO “LA GALITE”

 

La storia

 

Dal punto di vista etno-antropologico, la storia di Ponza presenta alcune costanti che si ripetono ciclicamente, invariabilmente.

Di queste costanti, indubbiamente, la migrazione è una delle più significative e caratterizzanti. Anzi, di più. Il vero tratto genetico di un ponzese è quello di non potersi “fermare”.

Come spesso accade, le migrazioni in uscita si caratterizzano per una coesione socio-culturale, identitaria, per una riproduzione di se stessi, che non trova riscontri nelle comunità di partenza (al punto che l’analisi di tali aggregazioni può diventare elemento decisivo per contrastare la sconfortante perdita di coscienza/conoscenza di se stessi che affligge la comunità isolana).

Delle tante comunità ponzesi sparse per il mondo (dal Sudamerica all’Australia), quella insediatasi nell’isola tunisina di La Galite presenta delle peculiarità che la rendono unica nel suo genere.

La Galite è una piccola isola al largo di Biserta disabitata da secoli che verso la metà dell’ottocento era diventata base per soste temporanee da parte di pescatori, soprattutto ponzesi, attratti dal mare particolarmente pescoso, dal sostanziale disinteresse della Tunisia che, pur avendone sovranità, non la esercitava, dalla presenza di animali come capre, conigli, uccelli di passo; soprattutto dalla presenza di numerose sorgenti d’acqua dolce.

C’erano insomma, tutti gli elementi utili per un tentativo di colonizzazione.

Ma chi può scegliere di abitare un’isola deserta, quali ne sono le spinte e le motivazioni?

A Ponza il primo “residente” a fare da apripista pare fosse un eremita che nel 1734 occupò una delle grotte naturali che abbondavano sulla collina.

Il fenomeno fu favorito, organizzato, dai Borboni che ne incentivarono la colonizzazione da parte di contadini prima e pescatori poi provenienti da Ischia e Torre del Greco.

C’è in questa decisione uno strano impasto di teorie politico-sociali. Siamo in pieno illuminismo: abbondano teorie riformiste e utopiche: dal socialismo utopistico di Fourier alla teoria “del buon selvaggio” di Rousseau. Evidentemente anche i conservatori della corona spagnola non erano del tutto immuni dal vento di rinnovamento che soffiava in Europa.

Decidere di popolare un’isola deserta concedendo a poveri contadini l’utilizzo di terre in concessione, in un periodo in cui il potere economico era nelle mani di latifondisti e baronati, e in cui le condizioni di vita dei lavoratori erano di semischiavitù, non era cosa da poco.

E probabilmente, non ci sarebbe stata altra via per affrontare, vincendola, la sfida di vivere su uno scoglio in mezzo al mare. Isola bellissima oggi, territorio ostile nel settecento. A leggerne le descrizioni che ne facevano i rari viaggiatori d’epoca “arido, infecondo il terreno, ovunque si accumula, non si allieta che di erbe parassite, e roveti. Congerie sterminata di scuri ed orribili macigni rotolati giù per i fianchi scoscesi“, tutto si poteva supporre, tranne che qualcuno trovasse la forza di tentare l’avventura di vivere in una terra di nessuno.

Quel “qualcuno” non poteva che essere una comunità di coloni spinti da un valore prezioso, inestimabile e sconosciuto ai tempi: la libertà.

A La Galite il primo abitante fu un certo Antonio D’Arco, ponzese spinto nel 1860 dalla necessità di riparare all’estero perchè ricercato dalla giustizia italiana.

Dalla costa tunisina, dove era giunto a bordo di un peschereccio, all’isola che si intravedeva all’orizzonte: per un ponzese era un passaggio quasi obbligato.

Nel 1872 “ caricò su una barca moglie, figli, pochi mobili, ben sette fucili da caccia, un po’ di sementi, qualche animale, e con questa mini-arca di Noè approdò all’isola deserta per fondarvi una comunità: la sua!

La vita a La Galite non doveva esere facile: prima a causa degli interessi coloniali francesi che nel 1881 occuparono di fatto la Tunisia, poi in seguito alle lotte per l’indipendenza del popolo tunisino, la piccola comunità ponzese si trovava sballottata tra i venti della storia.

Eppure, nonostante tutto, la comunità cresceva. Chiamati dal capostipite, altre famiglie ponzesi, più qualche tunisino, furono convinte a trasferirsi, fino a formare una vera e proria comunità, in cui il vecchio pioniere faceva da reggente. Si ha prova, persino, di un tentativo infruttuoso fatto dal D’Arco, giunto fino a Roma per chiedere al governo italiano di autorizzarlo ad innalzare il tricolore sulla Galite.

Nel 1903 vi erano 130 persone, e 250 nel 1930, e così a crescere.

Per decenni la comunità visse al di fuori dell’ordine costituito: sull’isola non c’erano preti, non c’erano scuole, non c’erano gendarmi.

La cosa non poteva passare inosservata: ci furono persino degli anarchici francesi di passaggio che politicizzarono la comunità su riviste del settore come esperimento riuscito di non-governo, e di mancanza di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

C’erano ovviamente anche problemi: oltre ai problemi “etici” per quel focolaio d’anarchia, i francesi non potevano vedere di buon occhio il possesso pieno da parte italiana di un’isola posizionata strategicamente vicino alla costa tunisina.

Il controllo si inaspriì, e i ponzo-galitesi furono incentivati a prendere la nazionalità francese, segnando di fatto uno spartiacque tra la comunità ponzo-galitese stanziale, e i pescatori ponzesi che continuavano a pescare nelle acque della Galite di passaggio. Lo spartiacque era pure di carattere economico: i pendolari ponzesi avevano barche migliori, a motore, e vendevano il pescato nei mercati ittici di Genova e Marsiglia a prezzi migliori, mentre i galitesi potevano arrivare solo sulle coste tunisine, con guadagni minori (stiamo parlando comunque di una flotta importante: a La Galite si pescavano circa l’80 % delle aragoste di tutta la Tunisia).

Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, i legami culturali e sociali della piccola comunità con la terra d’origine non vennero dispersi: il dialetto, le tradizioni orali, soprattutto l’attaccamento alla figura-simbolo del Patrono, S. Silverio, contribuivano a mantenere un’identità culturale inalterata. Alla Galite non si festeggiava il 14 luglio francese, ma il 20 giugno (S.Silverio) nessuno lavorava.

E in quella occasione, i numerosi pescatori ponzesi festeggiavano insieme ai ponzo-galitesi, in una sinergia identitaria che andava al di là dello status.

D’altra parte, e in ciò consiste la particolarità che rende affascinante questa esperienza migratoria, le similitudini tra le due comunità erano tali e tante da rendere possibile, oggi come allora, tracciare un comune filo simbolico:

la morfologia dell’isola incredibilmente simile all’isola madre (la natura vulcanica, la presenza di colline terrazzate per ricavare terreni coltivabili, la distanza simile dai porti della terraferma, l’alternarsi di spiagge, scogliere,ecc.);

il tentativo infruttoso di fare dell’agricoltura la primaria forma di sussistenza, salvo poi essere costretti a ricorrere al rapporto privilegiato ma sofferto col mare (fonte di ricchezze ma anche di pericoli e di fatiche sovrumane);

l’illusione di poter vivere in una sorta di anarchia spontanea, al di fuori ed al di là delle leggi e delle convenzioni;

l’essere politicamente e demograficamente alla mercè dei potenti di turno;

la figura unificante di S. Silverio, a ben vedere l’unica figura “istituzionale” da sempre accettata, anzi rivendicata con orgoglio dagli isolani, storicamente piuttosto restii al controllo ed all’ingerenza del potere costituito “esterno”;

Per finire: anche la Galite fu toccata dalla Storia, come Ponza. Attraverso la presenza in esilio del futuro presidente tunisino Bourghiba (Ponza ebbe Pertini) durante le lotte per l’indipendenza.

 

Dopo l’indipendenza della Tunisia, cominciò un inesorabile declino demografico: da parecchie centinaia di residenti, si passò in breve a poche decine, fino all’abbandono totale negli anni sessanta.

Ogni tentativo di insediamento da parte tunisina è fallito, ed oggi l’isola è abitata solo da qualche gendarme, dai resti di abitazioni con tetti a cupola, da una chiesa cristiana sconsacrata, e da un cimitero con cognomi ponzesi sempre più illeggibili. E da una toponomastica ingenuamente familiare (Monte Guardia, faraglioni della Madonna, ecc.), elementi che rendono La Galite un luogo per noi di forte impatto emotivo.

 

 

 

Il presente.

 

Oggi abbiamo un mondo profondamente mutato. I confini tra stati, che tanto incidevano nei rapporti di forza e nelle economie, sono sempre più spesso travalicati da collegamenti e comunicazioni di tipo orizzontale, trasnazionali.

In particolare, il Mediterraneo è sempre più un luogo di incontri, scambi, contaminazioni. Piccole grandi storie come questa possono favorire un’integrazione, una pacificazione che non nascano dall’oblio, ma dalla ri-scoperta di se stessi. Anche perchè la storia si diverte a creare corsi e ricorsi. Oggi i discendenti (e qualche vecchio testimone) dei ponzo-galitesi vivono quasi tutti in Francia, in un paese della Costa Azzurra: Le Lavandou. Sono esattamente passati 50 anni dalla fuoriuscita della comunità, che ne festeggia appunto la ricorrenza con una serie di eventi in terra francese, eventi a cui l’isola madre è stata invitata, da svolgersi nel mese di ottobre.

E i rapporti con la Tunisia?

Nella marea incessante dell’emigrazione in uscita che tuttora condiziona il destino dei Ponzesi, c’è, in controtendenza, solo una piccola ma tenace comunità insediatasi da decenni a Ponza, comunità perfettamente integrata nel tessuto locale: guarda caso, è una comunità tunisina.

 

L’evento.

 

Un intreccio di questo tipo ben si presta come spunto di partenza per un evento a tutto tondo.

A Ponza si creano svariati eventi, prime, “premi Ponza” che non riescono ad attecchire nè a diventare rassegne da incrementare nel tempo perchè manca un progetto di fondo, una compenetrazione diffusa e costante nel tessuto socio economico e culturale isolano..

Le Ponziane sono un arcipelago di bellezza e risonanza internazionale, posto al centro del Mediterraneo, impregnato di storia e cultura mediterranee. Non riuscire a valorizzare tutto ciò, è uno spreco colpevole, inaccettabile nel nuovo millennio.

L’evento da proporre è in realtà una serie di eventi spazio-temporali, che coinvolga i tre soggetti attivi: Ponza-Le Lavandou-La Galite, attraverso rappresentanze delle tre culture mediterranee.

Enzo Di Giovanni

 

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